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JAPAN Naked/Clothed 12/12/19

Aldilà delle specifiche diversità di linguaggio, qualcosa di profondo e intenso unisce e riconnette le opere dei quattro grandi fotografi che la mostra Japan Naked/Clothed propone come nuova tappa del viaggio intrapreso con These Japanese nel 2017, da Misia/Cellule Creative, all’interno della fotografia artistica giapponese contemporanea. Figli della stessa epoca, nati in un Giappone che stava precipitando nella catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, Kishin Shinoyama, Daido Moryama e Hiroshi Sugimoto, condividono con il più giovane Keiichi Tahara, nato nel 1951, l’istanza artistica di segnare il distacco dal passato di un Paese che perduta ogni certezza, sconfitto nella dignità e nell’orgoglio, non può più guardare indietro e rifugiarsi nella tradizione con le sue regole e i suoi rituali immutabili. Interpreti di una modernità urgente che irrompe, i quattro utilizzano l’obiettivo fotografico per manifestare nuove visioni e nuove pulsioni. Nelle opere qui presenti non a caso si concentrano sul corpo femminile: l’immagine della donna, la sua forma e la sua gestualità, il suo decoro, il rigore severo dei costumi e degli abiti tradizionali, erano da sempre archetipo fondante della cultura giapponese. E come tale, l’archetipo, andava messo in crisi, destabilizzato, contraddetto per contraddire con esso un’intera visione della vita e della società. Ecco allora che il corpo e l’immagine della donna diventano strumento di rivoluzione culturale, in una prassi artistica non solo estetica ma socio politica. Con la rinascita degli anni sessanta, sospeso tra modernità e contestazione, il Giappone vive quella che sarà ricordata con nostalgia come “l’Era Showa”, l’Era della Pace Illuminata: dopo le macerie, protetto dalla figura venerata e mitologica dell’Imperatore Hirohito, il Paese cambia e si apre al consumismo, al nuovo, alla trasgressione. Nudo o vestito, immerso nella luce o ammantato di ombre, nelle opere di Shinoyama, Moryama, Sugimoto e Tahara, il corpo femminile dà voce al desiderio represso, a nuove pulsioni, rivendica un nuovo ruolo della donna. Ma non soltanto. C’è dell’altro in quegli scatti. Ed è in quell’altro da ciò che è la mera esposizione del corpo femminile che si può leggere il legame profondo che riconnette e avvicina le opere dei quattro artisti: dimenticata la tradizione, abiurato il passato, sposata la causa del Mondo Nuovo, il loro occhio non cessa di praticare l’utopia della Forma, quella Forma da sempre luogo mitico della cultura Giapponese, entità identitaria e irrinunciabile. Per questo negli scatti il corpo della donna si fa paesaggio, curva, scultura, luce, riflesso onirico, chiaroscuro, contrasto, provocazione, ma sempre fondamentalmente nel segno della Forma; esubera e supera la mercificazione Pop della carne esibita per attestarsi nel dominio della Forma. I manichini stessi di Sugimoto, (reificazione esemplare del corpo umano) ri/abitati dalle creazioni degli stilisti più creativi e radicali, diventano geometria, linea, angolo, Forma. Il Giappone ha perduto molto della sua tradizione, ma non rinuncerà mai al mito della Forma. La sua Utopia Visuale continua.

L’UTOPIA VISUALE DELLA FORMA

di Francesco Castellani