| Artista | Franca Maranò |
|---|---|
| Periodo di Produzione | 1960-1970 |
| Paese | Italia |
| Stile | moderno – arte tessile |
| Condizioni | Le condizioni dell'opera sono originali e generalmente buone, presenti solo lievi segni dovuti al tempo. |
| Stato dell'articolo | l'opera è in buone condizioni generali |
| Dimensioni (CM) L X P X A | 245×117 |
| Range di peso | < 20 kg |
Franca Maranò – Abito mentale
L’opera di Franca Maranò dialoga con quelle degli amici artisti del calibro di Luigi Ontani, Tomaso Binga, Maria Lai e Mirella Bentivoglio. Non sono pochi i conoscitori di quel periodo storico che avrebbero voluto vedere l’opera dell’artista all’ultima Biennale di Venezia nella sezione “Trame e Tessiture” al fianco di Maria Lai, Lee Mingwei, Huguette Caland e David Meladda. Pur non offrendole questa opportunità, la Storia ha portato Franca Maranò a realizzare qualcosa di importante per la città di Bari, rappresentando il Meridione tra le grandi artiste Italiane del secolo scorso. Dopo varie esperienze pittoriche e scultoree, a partire dalla metà degli anni Settanta Franca Maranò (Bari, 1920) rivede i termini delle sue precedenti ricerche, spinta dall’esigenza di operare senza più legami di attinenza con i codici del già fatto e con i mezzi tradizionali della pittura. Fa quindi ricorso all’ago, al filo e alla tela, e prosegue il suo lavoro prevalentemente con questi nuovi mezzi, per il bisogno di una libertà creativa tesa a recuperare significati che apparivano perduti. Col tempo la sua produzione acquisisce una maggiore densità umana e, per un processo venuto a svilupparsi dall’interno verso l’esterno, la sua opera diventa indossabile e assume, con la realizzazione dell’ “abito mentale”, uno specifico segno di identità comportamentale. Oltre a queste ricerche Franca Maranò s’interessa alla scultura e alla ceramica, eseguendo lavori – anche di vaste dimensioni – per conto di istituzioni ed enti pubblici e per collezionisti privati
Franca Maranò’s work dialogues with that of her artist friends such as Luigi Ontani, Tomaso Binga, Maria Lai, and Mirella Bentivoglio. Many connoisseurs of that historical period would have liked to see her work at the last Venice Biennale in the “Weaves and Textiles” section, alongside Maria Lai, Lee Mingwei, Huguette Caland, and David Meladda. Although history did not offer her this opportunity, it led Franca Maranò to create something significant for the city of Bari, representing the South among the great Italian artists of the last century.
After various painting and sculpture experiences, starting from the mid-1970s, Franca Maranò (Bari, 1920) redefined the terms of her previous research, driven by the need to operate without ties to the codes of what had already been done and the traditional means of painting. She turned to needle, thread, and canvas, continuing her work mainly with these new tools, in search of creative freedom aimed at recovering meanings that seemed lost. Over time, her production gained greater human density, and through a process that developed from the inside outward, her work became wearable, taking on a specific mark of behavioral identity with the creation of the “mental dress.”
In addition to these explorations, Franca Maranò was also interested in sculpture and ceramics, creating works—including large-scale pieces—for institutions, public entities, and private collectors.



